Un recente caso solleva forti perplessità sulla reale efficacia del ricorso gerarchico come strumento di tutela per il personale militare. Un militare, destinatario di un provvedimento disciplinare ritenuto infondato, aveva presentato ricorso all’Autorità sovraordinata contestando quattro presunte violazioni di legge e producendo documentazione a sostegno della propria innocenza.
La risposta ricevuta, però, si sarebbe limitata a poche righe con le quali veniva sostanzialmente confermato l’operato del Comandante di Corpo, senza affrontare nel merito le argomentazioni difensive e le prove presentate. Nella decisione sarebbe stata inoltre richiamata una presunta violazione contenuta in un decreto ministeriale che non figurava nell’originario atto di addebito.
Secondo USAMi Aeronautica, introdurre una nuova contestazione al termine del procedimento rischia di compromettere il diritto di difesa del militare. L’interessato dovrebbe infatti poter replicare nell’ambito di un nuovo procedimento. Nel caso specifico, anche questa ulteriore contestazione risulterebbe comunque infondata sulla base della documentazione disponibile.
Lo strumento dovrebbe servire a correggere eventuali errori prima che il militare sia costretto a rivolgersi alla Giustizia Amministrativa, sostenendo ulteriori costi economici e personali. Se invece il ricorso diventa soltanto un passaggio formale, rischia di perdere la propria funzione di tutela.
USAMi ritiene che non si tratti di un caso isolato e che l’attuale sistema mostri limiti che meritano una riflessione più ampia. Secondo il sindacato sarebbe necessario rendere il ricorso gerarchico realmente efficace e indipendente, prevedendo anche forme di verifica sulle responsabilità delle autorità chiamate a decidere nei casi di evidente ingiustizia.
USAMi Aeronautica annuncia infine che continuerà ad assistere il proprio iscritto nel necessario ricorso davanti alla Giustizia Amministrativa.










