Non c’è solo la NATO dietro la scelta di aumentare la spesa militare italiana nei prossimi tre anni.
Dentro il nuovo quadro di finanza pubblica pesa anche la volontà di rafforzare industria, tecnologie e capacità operative in una fase europea segnata da instabilità e riarmo diffuso. Il governo indica una crescita graduale delle risorse fino al 2028, con un incremento complessivo vicino ai 12 miliardi di euro.
La traiettoria prevista accompagna un bilancio della Difesa già in aumento, ma ancora considerato insufficiente rispetto agli obiettivi internazionali e ai ritardi accumulati su mezzi, manutenzione e ammodernamento. La copertura dovrebbe arrivare da nuovo debito e da strumenti europei dedicati, mentre l’esecutivo prova a tenere sotto controllo l’equilibrio dei conti pubblici.
Attorno al piano si muovono anche i grandi gruppi nazionali del comparto, da Leonardo a Fincantieri, chiamati a intercettare commesse e programmi comuni europei. Le opposizioni e parte degli analisti contestano però il peso politico e sociale dell’operazione, soprattutto in una fase in cui restano aperte altre urgenze di spesa. Il punto vero, adesso, non è solo quanto spendere ma dove finiranno davvero quei soldi.
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