Il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran ha provocato un’interruzione record della fornitura mondiale di petrolio, con una riduzione di circa otto milioni di barili al giorno dovuta al blocco quasi totale dello Stretto di Hormuz. La sospensione dei traffici marittimi ha costretto i principali produttori del Golfo, come Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, a limitare la produzione per saturazione degli stoccaggi. In seguito, il prezzo del Brent ha superato i 100 dollari al barile, spingendo l’Agenzia Internazionale dell’Energia a coordinare il rilascio di 400 milioni di barili dalle riserve strategiche, il più grande intervento mai effettuato.
Per contenere la crisi, il Dipartimento del Tesoro statunitense ha introdotto una deroga temporanea alle sanzioni sul petrolio russo, consentendo la vendita di carichi già in transito fino all’11 aprile. La misura, parte di una serie di licenze eccezionali varate dall’inizio delle ostilità, mira a stabilizzare i mercati energetici globali senza apportare benefici diretti al Cremlino.
La decisione ha suscitato reazioni politiche contrastanti negli Stati Uniti e nuove tensioni internazionali. Teheran ha ribadito la chiusura dello Stretto come strumento di pressione, lasciando presagire ulteriori rischi per l’approvvigionamento di carburanti, in particolare diesel e jet fuel, data la vulnerabilità delle raffinerie regionali.
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