Tremila paracadutisti della 82nd Airborne sono atterrati nella regione il 24 marzo, ultimi di uno schieramento che supera complessivamente i cinquantamila soldati USA ridislocati tra Golfo Persico e CENTCOM da fine febbraio. Non è una presenza difensiva di routine. Le operazioni “Roaring Lion” ed “Epic Fury” — attacchi congiunti israelo-americani all’Iran — hanno aperto una crisi che al 25 marzo è al suo ventiseiesimo giorno consecutivo, con quattro militari statunitensi già morti nelle fasi iniziali. Teheran ha risposto nello Stretto di Hormuz, ha dichiarato lo specchio d’acqua “sotto controllo” e smentisce qualsiasi negoziato, mentre Trump parla pubblicamente di colloqui “molto positivi” su quindici punti, inclusa la rinuncia al nucleare e la consegna dell’uranio arricchito. I cargo continuano a passare, per ora. L’Iran ha dichiarato vittoria, gli USA hanno imbarcato Marines sull’USS Boxer e Tripoli, Israele continua i raid. Un eventuale summit a Islamabad resta nell’aria, senza data e senza conferme da nessuna delle due parti.
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