Hormuz, il nervo scoperto che agita l’economia. E Wall Street chiede una svolta.
Un drone ha colpito una petroliera kuwaitiana al largo di Dubai. È l’ultimo episodio a infiammare il Golfo Persico, ma il vero punto di pressione resta lo Stretto di Hormuz. Da lì, in tempi di pace, transita un quinto del petrolio mondiale; oggi il flusso è gravemente ridotto. Una contrazione che, secondo Goldman Sachs, porta al 30% la probabilità di una recessione americana entro il prossimo anno.
In questo scenario, la voce di Jamie Dimon, amministratore delegato di JPMorgan Chase, rompe il silenzio della finanza. Dimon ha chiesto un’azione risolutiva per ripristinare la sicurezza dello stretto e portare a conclusione il conflitto, definendo l’obiettivo “molto più importante” dei movimenti di mercato a breve termine. Un messaggio diretto alla Casa Bianca, che però frena. La completa riapertura delle rotte non sarebbe l’obiettivo primario della campagna militare avviata a fine febbraio. L’amministrazione punta prima a smantellare l’arsenale missilistico e le capacità nucleari di Teheran.
Mentre il Segretario di Stato Marco Rubio assicura che gli obiettivi militari procedono, la diplomazia sembra muoversi su un binario parallelo. Il Pentagono parla di colloqui che “guadagnano forza”. Resta da vedere quale delle due vie prevarrà, e con quali tempi.
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