Lunedì, il premier Shehbaz Sharif ha telefonato al presidente iraniano Pezeshkian e il ministro degli Esteri Ishaq Dar ha parlato separatamente con l’omologo iraniano Araghchi. Il giorno prima, il capo dell’esercito Asim Munir avrebbe avuto contatti diretti con Trump. Funzionari pakistani hanno fatto da tramite tra Teheran e gli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner. Islamabad ha già proposto se stessa come sede per eventuali negoziati, anche nell’arco di questa settimana. Non agisce da sola: Turchia ed Egitto operano sugli stessi canali, ciascuno con i propri interlocutori. Trump ha sospeso per cinque giorni gli attacchi pianificati su infrastrutture energetiche iraniane, citando colloqui positivi; Teheran nega trattative dirette con Washington, pur riconoscendo le iniziative dei paesi vicini. Il conflitto è partito il 28 febbraio, quando Stati Uniti e Israele hanno avviato operazioni militari contro l’Iran: oltre mille morti e forniture energetiche regionali sotto pressione. Il Pakistan è tra i paesi più esposti: rischia l’interruzione delle importazioni di gas naturale liquefatto entro aprile. Le coordinate spiegano il ruolo — il paese confina con l’Iran, ospita la seconda comunità sciita mondiale e ha firmato lo scorso anno un patto di difesa con l’Arabia Saudita. Se i colloqui si terranno, e con quale formato, non è ancora definito.
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