Uno Shahed — economico, lento, difficile da intercettare a bassa quota — ha distrutto il 15 marzo un caccia senza pilota MQ-9A Reaper da trenta milioni di euro nell’hangar della base Ali Al Salem, in Kuwait. Era il quarto attacco iraniano sulla stessa struttura. Nessun ferito tra i militari italiani presenti, ma il messaggio era chiaro: i shelter esistenti non bastano contro droni che volano rasoterra. La Task Force Air Kuwait opera nell’ambito di Inherent Resolve; nei raid precedenti due Eurofighter italiani erano già stati danneggiati. Una serie che nessun comunicato ufficiale ha ancora inquadrato come tale.
Roma aveva già mosso una pedina dieci giorni prima. Il 6 marzo la fregata Federico Martinengo — 160 marinai, sistema missilistico Aster 30 — aveva lasciato Taranto per Cipro nell’ambito di “Cyprus Shield”, operazione di presidio delle rotte e protezione dell’isola. Meloni ha ribadito che l’Italia non è in guerra. Sono però sei le fregate italiane operative tra Mediterraneo e Medio Oriente. Il ministro Crosetto ha riconosciuto scorte limitate — impegnate in parte per l’Ucraina — ma ha aperto alla valutazione di sistemi SAMP-T e anti-drone per proteggere gli asset nazionali, dopo richieste analoghe arrivate da UAE, Kuwait, Qatar e Arabia Saudita. L’intelligence europea è in allerta massima per possibili ritorsioni iraniane su obiettivi europei. Il Consiglio Europeo del 19-20 marzo ha discusso l’escalation, senza che ne emergesse una linea comune visibile.
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