Il vertice NATO di Ankara del 7-8 luglio 2026 si è chiuso confermando la rotta tracciata un anno prima all’Aja: portare la spesa per la difesa al 5% del PIL entro il 2035. L’obiettivo è articolato in due componenti: il 3,5% destinato alla difesa “core” secondo la definizione concordata dall’Alleanza e un ulteriore 1,5% dedicato a sicurezza in senso ampio, dalle infrastrutture critiche alla resilienza civile e alla base industriale.
Il Segretario generale Mark Rutte è arrivato al summit rivendicando progressi rapidi. Alla vigilia ha dichiarato che “gli Alleati europei e il Canada stanno già investendo circa il 4% del loro PIL in difesa e sicurezza”, a soli dodici mesi dall’avvio del percorso decennale. Rutte ha inoltre annunciato l’imminente firma di “decine di miliardi in nuovi contratti” per dotare l’Alleanza delle capacità necessarie a dissuadere e difendersi.
I numeri restano tuttavia disomogenei. Solo un ristretto gruppo di Paesi ha già superato la soglia del 3,5%: Lituania, Estonia, Lettonia, Polonia e Grecia. Sul fronte opposto, diversi Alleati europei viaggiano ancora attorno al 2%, mentre la Spagna ha ribadito di non poter raggiungere i nuovi target. Gli Stati Uniti restano il primo contributore in valore assoluto, con oltre 800 miliardi di dollari di spesa stimata.
Proprio Washington ha dato il tono politico all’incontro. Donald Trump si è presentato ad Ankara per esigere il rispetto degli impegni presi all’Aja: l’ambasciatore USA presso la NATO, Matt Whitaker, ha avvertito che il presidente “si aspetta che tutti gli Alleati si adeguino immediatamente”. L’amministrazione promuove intanto una “NATO 3.0” in cui l’Europa assuma maggiori responsabilità per la propria sicurezza.
Sul piano delle capacità, il vertice ha prodotto annunci concreti: oltre 50 miliardi di dollari in nuove acquisizioni e circa 40 miliardi in sistemi anti-drone nei prossimi cinque anni. Confermato anche il sostegno a Kiev, con circa 70 miliardi di euro in equipaggiamenti e addestramento per il biennio 2026-2027. Nonostante le tensioni, il presidente americano ha parlato di “unità straordinaria”, ma resta aperto il nodo di fondo: gran parte dell’Europa dipende ancora dalle capacità statunitensi.




