IN SINTESI Cosa sta succedendo nell'indotto dell'ex Ilva Oltre 2.500 lavoratori 28 aziende 8-9 settembre +
La crisi dell'ex Ilva di Taranto entra in una nuova fase e questa volta a essere direttamente coinvolti sono migliaia di lavoratori dell'indotto. Ventotto aziende associate ad Aigi hanno trasmesso ai sindacati le comunicazioni per l'avvio delle procedure di licenziamento collettivo relative a oltre 2.500 dipendenti.
È un'accelerazione pesantissima della vertenza, ma il dato va letto correttamente: non si tratta ancora di 2.500 licenziamenti già conclusi. Le imprese hanno aperto formalmente le procedure collettive, mentre sindacati e istituzioni hanno ancora margini per intervenire. E proprio i prossimi giorni potrebbero risultare determinanti.
I sindacati metalmeccanici hanno chiesto ad Aigi di ritirare immediatamente le procedure di licenziamento e attendere almeno il confronto convocato dal Governo per l'8 settembre. La richiesta arriva mentre il destino dell'area a caldo resta sospeso anche all'esito della partita giudiziaria.
Perché sono partite le procedure di licenziamento
Aigi, l'associazione che rappresenta una parte consistente delle aziende dell'appalto e dell'indotto di Acciaierie d'Italia, collega direttamente la scelta alla prospettiva di fermata dell'area a caldo dello stabilimento siderurgico.
Il 27 luglio la Corte d'Appello di Milano ha disposto la sospensione delle attività dell'area a caldo entro 90 giorni, dopo aver accolto il reclamo presentato da cittadini e genitori tarantini. La decisione è legata ai rischi per la salute individuati dai giudici, con particolare riferimento alla presenza di amianto e alle emissioni.
Per molte imprese dell'indotto, la riduzione o cessazione delle attività produttive significherebbe perdere le commesse sulle quali si basa una parte determinante del proprio lavoro. Da qui la decisione di avviare le procedure collettive.
Convertino parla di un provvedimento «estremo e doloroso», sostenendo che le aziende si siano trovate senza una programmazione capace di garantire continuità alle attività durante il percorso di transizione e decarbonizzazione dello stabilimento.
L'espressione può generare equivoci. Le 28 aziende hanno avviato le procedure di licenziamento collettivo: ciò apre un percorso formale nel quale sono previsti confronti con le rappresentanze sindacali. Non significa che tutti gli oltre 2.500 lavoratori abbiano già ricevuto un licenziamento definitivo o che il rapporto di lavoro sia già cessato.
I sindacati: fermate tutto prima del tavolo con il Governo
Fim, Fiom, Uilm e Usb hanno contestato duramente la decisione delle imprese, chiedendo di sospendere l'iter almeno fino al confronto istituzionale già programmato.
Per i sindacati l'indotto rappresenta l'anello più fragile della vertenza: aziende e lavoratori dipendono direttamente dai livelli produttivi dell'acciaieria e rischiano quindi di subire per primi gli effetti di un eventuale ridimensionamento.
La preoccupazione va oltre i 2.500 posti direttamente coinvolti. Un arretramento della siderurgia tarantina avrebbe infatti conseguenze anche su trasporti, manutenzioni, servizi, fornitori e sull'intero sistema economico collegato allo stabilimento.
Le prossime 72 ore possono cambiare il quadro
Il futuro dell'area a caldo resta il nodo centrale
La decisione della Corte d'Appello rappresenta al momento il principale vincolo temporale. Le amministrazioni straordinarie di Ilva e Acciaierie d'Italia hanno chiesto la sospensione del provvedimento e hanno inoltre presentato ricorso in Cassazione.
L'udienza del 9 settembre diventa quindi un passaggio centrale: un'eventuale sospensiva concederebbe più tempo, mentre la conferma del provvedimento renderebbe ancora più concreta la prospettiva di fermata dell'area a caldo entro la fine di ottobre.
Anche una sospensione, tuttavia, non risolverebbe automaticamente la crisi. Restano aperti il problema delle risorse finanziarie, l'approvvigionamento delle materie prime, il futuro della gara per la cessione del gruppo e soprattutto la definizione di un nuovo assetto industriale compatibile con gli obiettivi ambientali.
Quattro problemi da risolvere insieme
La vertenza continua a muoversi lungo tre esigenze che devono trovare un equilibrio: tutelare la salute e l'ambiente, garantire una prospettiva industriale e impedire che il costo della transizione ricada sui lavoratori.
Anche le organizzazioni sindacali hanno ribadito di non chiedere il mantenimento indefinito del ciclo a carbone, ma un passaggio verso tecnologie più sostenibili che avvenga senza lasciare migliaia di persone senza occupazione.
Non è soltanto una vertenza dell'Ilva
L'allarme lanciato dall'indotto mostra quanto la crisi abbia ormai superato i confini dello stabilimento. Le imprese esterne costituiscono una parte essenziale della filiera industriale e occupano migliaia di persone altamente specializzate.
La perdita di queste professionalità potrebbe produrre conseguenze difficili da recuperare anche nel caso in cui, successivamente, partissero nuovi impianti o un nuovo piano industriale.
È questo uno dei punti centrali della denuncia di Aigi: senza una transizione organizzata, il rischio non è soltanto perdere posti di lavoro nell'immediato, ma disperdere un patrimonio industriale e professionale costruito nel corso di decenni.
Le procedure sono partite, ma la situazione non è ancora irreversibile. L'8 settembre il confronto a Palazzo Chigi e il 9 settembre l'udienza della Corte d'Appello di Milano rappresentano i due passaggi immediati da seguire. Da quelle decisioni dipenderà non soltanto il futuro dell'area a caldo dell'ex Ilva, ma anche quello di migliaia di lavoratori e aziende che vivono attorno al più grande polo siderurgico italiano.









