IN SINTESI Tensione sui mercati dopo le parole di Trump
La prospettiva di una rapida distensione tra Stati Uniti e Iran torna ad allontanarsi e i mercati del Golfo reagiscono con prudenza. Mercoledì 30 settembre la maggior parte delle principali Borse regionali ha chiuso in territorio negativo dopo che il presidente americano Donald Trump ha smentito le indiscrezioni secondo cui Washington sarebbe pronta a concedere un alleggerimento delle sanzioni a Teheran.
Parallelamente, il prezzo del petrolio è tornato a salire, sostenuto dall'incertezza sui negoziati, dalle persistenti difficoltà nei flussi attraverso lo Stretto di Hormuz e dalla tensione sul mercato internazionale dei carburanti.
Trump: «Non ho offerto nulla»
A innescare nuova cautela è stata la presa di posizione del presidente statunitense dopo le indiscrezioni diffuse da alcuni media americani. Secondo tali ricostruzioni, funzionari statunitensi avrebbero ipotizzato un possibile alleggerimento delle sanzioni e lo sblocco di fondi iraniani congelati qualora Teheran avesse compiuto progressi concreti sul dossier nucleare.
Trump ha però contestato pubblicamente questa versione, affermando di non aver offerto alcuna concessione all'Iran. La precisazione ha ridotto le aspettative di una soluzione diplomatica immediata e riportato l'attenzione degli investitori sul rischio di un prolungamento del conflitto.
La smentita riguarda quindi l'esistenza di un'offerta già formulata da Washington. Non rappresenta, da sola, la prova che un alleggerimento delle sanzioni sia escluso da qualsiasi eventuale accordo futuro.
Borse del Golfo in calo
La reazione è stata particolarmente evidente nei listini dell'area. L'indice principale dell'Arabia Saudita ha perso lo 0,1%, nonostante Saudi Aramco abbia registrato un lieve rialzo dello 0,2%. Più marcata la flessione del Qatar, in calo dello 0,7%, appesantito anche dalla discesa di Qatar National Bank.
A Dubai il principale indice ha ceduto lo 0,5%, mentre Abu Dhabi ha terminato la giornata con un ribasso dello 0,6%. In calo anche Oman e Kuwait, mentre il Bahrain ha chiuso leggermente positivo.
Il quadro riflette soprattutto la mancanza, al momento, di un risultato diplomatico sufficientemente concreto da ridurre il premio al rischio che continua a pesare sulle economie e sui mercati della regione.
Petrolio nuovamente in rialzo
Il mercato energetico ha seguito una direzione opposta. Il contratto Brent con scadenza novembre ha chiuso in rialzo dello 0,9% a 103,50 dollari al barile, mentre il più scambiato contratto di dicembre è salito dell'1,9% a 98,03 dollari.
Il West Texas Intermediate americano ha guadagnato l'1,2%, chiudendo a 90,42 dollari al barile.
Il Brent ha così archiviato settembre con un aumento vicino al 14%. A sostenere le quotazioni non è soltanto il confronto tra Washington e Teheran: sul mercato pesano anche le basse scorte di prodotti raffinati negli Stati Uniti e gli elevati costi di trasporto.
Esistono tuttavia anche segnali di miglioramento dell'offerta. Le esportazioni petrolifere del Golfo sono risalite nelle ultime settimane e l'Arabia Saudita ha riavviato i carichi di greggio dal terminale di Yanbu sul Mar Rosso, dopo la ripresa delle operazioni lungo l'oleodotto East-West.
Il nodo resta lo Stretto di Hormuz
Nonostante la graduale ripresa di alcune esportazioni, il traffico di greggio, prodotti raffinati e gas attraverso lo Stretto di Hormuz rimane inferiore alle condizioni precedenti al conflitto. La rotta è strategica per l'intero mercato mondiale dell'energia e prima della guerra vi transitava circa un quinto del petrolio globale.
Per questo ogni segnale di avanzamento o di rottura nei colloqui tra Stati Uniti e Iran continua ad avere effetti immediati non soltanto sui mercati regionali, ma anche sul prezzo dell'energia in Europa e nel resto del mondo.
Il Qatar prova a riaprire il negoziato
Sul piano diplomatico, il Qatar continua a svolgere un ruolo di mediazione tra Washington e Teheran. Nei giorni scorsi rappresentanti americani e iraniani hanno avuto contatti separati con i mediatori qatarioti.
Il 30 settembre l'Iran ha inoltre confermato di aver ricevuto una risposta degli Stati Uniti alla sua ultima proposta per provare a ripristinare una tregua nel Golfo.
Il piano iraniano prevedeva, tra gli altri elementi, la riapertura dello Stretto di Hormuz entro sette giorni in cambio della rimozione del blocco americano sui porti iraniani. Secondo una fonte informata sui negoziati, le parti sarebbero relativamente vicine sui passaggi necessari, ma rimarrebbe una divergenza fondamentale sulla sequenza con cui applicarli.
Questo spiega perché, nonostante il dialogo non sia completamente interrotto, gli investitori continuino a mantenere un atteggiamento prudente.
Washington intanto aumenta la pressione economica
Alle dichiarazioni politiche si accompagna infatti una pressione economica ancora elevata. Il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha annunciato il 29 settembre nuove sanzioni contro dieci persone ed entità accusate di aver partecipato all'approvvigionamento di armi e componenti destinati al Ministero della Difesa iraniano.
L'operazione rientra nella campagna statunitense denominata “Operation Economic Outcast”, attraverso la quale Washington sta aumentando la pressione sulle reti finanziarie e industriali collegate a Teheran.
Il quadro resta quindi contraddittorio: i canali diplomatici sono ancora attivi, ma non esiste al momento un'intesa. Finché non emergeranno progressi concreti sullo Stretto di Hormuz, sulle sanzioni e sul programma nucleare iraniano, petrolio e mercati del Golfo resteranno particolarmente sensibili a ogni sviluppo politico e militare.








