IN SINTESII numeri della spesa italiana non indicano tutti la stessa cosa
2025 • NATO 2,01%
2026 • difesa + sicurezza 2,8%
2035 • target NATO 5%
L'Istat ha confermato il rapporto deficit/PIL del 2025 al 3,1%. Sfuma quindi l'ipotesi di un'uscita anticipata dell'Italia dalla procedura europea per disavanzo eccessivo, un elemento che pesa sul quadro di finanza pubblica nel quale dovranno essere programmati anche i futuri incrementi della spesa per la Difesa.
Il raggiungimento da parte dell'Italia della soglia NATO del 2% del PIL ha riacceso il confronto su come venga calcolata realmente la spesa per la Difesa. Nel Rendiconto generale dello Stato, la Corte dei Conti richiama infatti l'attenzione sulle attività di riclassificazione delle voci di spesa e sulla necessità di raccordare sistemi di contabilizzazione differenti.
Il punto non è che il dato NATO del 2,01% sia inesistente: è il valore ufficialmente riconosciuto secondo la metodologia dell'Alleanza. La questione riguarda piuttosto quali spese vengono incluse nel calcolo e perché altri sistemi contabili restituiscano percentuali sensibilmente diverse.
Il 2% NATO e il ruolo delle riclassificazioni
La soglia del 2% era stata per anni uno degli obiettivi più difficili da raggiungere per l'Italia. Secondo i dati NATO, il rapporto tra spesa per la Difesa e PIL è passato dall'1,52% del 2024 al 2,01% nel 2025.
L'aumento, tuttavia, non deriva esclusivamente da nuove risorse assegnate alle Forze Armate. Nel corso della revisione del perimetro sono state considerate voci già presenti nella spesa pubblica ma precedentemente contabilizzate diversamente o collocate presso altre amministrazioni.
Tra le componenti che possono concorrere al cosiddetto bilancio integrato della Difesa in chiave NATO rientrano, secondo le diverse classificazioni, risorse del Ministero delle Imprese e del Made in Italy destinate a programmi di interesse della Difesa, missioni internazionali, pensioni del personale e altre spese riconducibili alle esigenze di sicurezza e difesa.
L'espressione è stata utilizzata nella ricostruzione giornalistica della vicenda, ma non va attribuita alla Corte dei Conti come citazione testuale. Nei documenti vengono invece richiamate la “riclassificazione” delle spese, la riconsiderazione del relativo perimetro e l'esigenza di armonizzare metodologie differenti.
Perché circolano percentuali così diverse
Una delle difficoltà principali nel leggere i dati è che “spesa per la Difesa” non identifica sempre la stessa grandezza. Il metodo NATO, la classificazione europea COFOG e il bilancio nazionale rispondono a criteri differenti e possono quindi produrre valori molto lontani tra loro.
È quindi possibile che percentuali differenti siano contemporaneamente corrette, purché sia specificato quale metodologia viene utilizzata. Proprio su questo aspetto si concentra il tema della trasparenza sollevato dalla Corte dei Conti: senza un raccordo chiaro tra i diversi sistemi, il confronto rischia di diventare poco comprensibile anche per il cittadino.
L'Italia non è ancora al 3% di spesa militare “core”
Il dato del 2,8% porta l'Italia molto vicino, numericamente, alla soglia del 3%. Ma definirlo semplicemente come “3% di spesa militare” sarebbe impreciso.
Nel valore comunicato nel 2026 confluiscono infatti anche spese relative alla sicurezza, mentre le stime NATO sulla componente strettamente riconducibile alla difesa collocano l'Italia su livelli decisamente più bassi. La distinzione diventa ancora più importante guardando ai nuovi impegni assunti dall'Alleanza.
Il nuovo obiettivo NATO: 5% entro il 2035
Al vertice dell'Aja del giugno 2025 gli Alleati hanno superato il precedente riferimento del 2%, assumendo l'impegno a destinare entro il 2035 complessivamente il 5% del PIL a difesa e sicurezza.
La struttura dell'obiettivo prevede almeno il 3,5% del PIL per i requisiti fondamentali della Difesa e fino all'1,5% per settori collegati come protezione delle infrastrutture critiche, reti, resilienza civile, innovazione e rafforzamento della base industriale.
Il problema adesso è anche finanziario
Il percorso non dipende soltanto dagli impegni assunti in sede NATO. Deve essere compatibile con la situazione dei conti pubblici italiani.
Il dato diffuso il 22 settembre 2026 dall'Istat ha confermato per il 2025 un deficit pari al 3,1% del PIL. L'Italia resta quindi, almeno per ora, nella procedura europea per disavanzo eccessivo e non beneficia dell'uscita anticipata sulla quale il Governo aveva confidato.
Questo non cancella gli impegni NATO, ma rende ancora più importante capire con quali tempi, strumenti e risorse verrà finanziato l'incremento nei prossimi anni. Lo stesso Governo ha più volte indicato che gli ulteriori impegni dovranno essere definiti nell'ambito dei documenti di finanza pubblica e delle relative autorizzazioni parlamentari.
La questione non è soltanto quanto “vale” la spesa militare in percentuale del PIL. Il vero nodo è distinguere tra nuove risorse per capacità, personale, mezzi e infrastrutture e somme già presenti nei conti pubblici che vengono incluse nel perimetro NATO attraverso criteri di classificazione più ampi.







