IN SINTESI La Cina torna sul mercato spot proprio mentre l'offerta mondiale si restringe >20 mln barili cercati Hormuz: 4 navi Brent oltre $100 +
Le raffinerie indipendenti cinesi stanno tornando ad acquistare greggio sul mercato internazionale dopo mesi di domanda ridotta, cercando forniture soprattutto fuori dal Golfo Persico.
Nelle ultime settimane sono stati acquistati o ricercati oltre 20 milioni di barili provenienti soprattutto da Africa occidentale, Canada e America Latina.
La pressione arriva mentre il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz resta ridottissimo: il 15 settembre risultavano appena quattro transiti.
In agosto la Cina ha importato circa 8,93 milioni di barili al giorno, ma le raffinerie ne hanno lavorati 13,91 milioni, costringendo il Paese ad attingere alle scorte.
La combinazione tra domanda cinese, riduzione delle scorte, crisi di Hormuz e problemi all'oleodotto saudita sta aumentando la competizione per ogni carico disponibile.
La Cina torna a cercare petrolio sui mercati internazionali nel momento più delicato. Le raffinerie indipendenti del primo importatore mondiale di greggio stanno acquistando carichi in Africa, Canada e America Latina, mentre lo Stretto di Hormuz continua a funzionare a capacità fortemente ridotta e la crisi mediorientale comprime sempre di più le forniture disponibili.
La Cina torna a cercare petrolio
Per mesi Pechino aveva rappresentato uno dei principali ammortizzatori della crisi petrolifera provocata dalla guerra in Medio Oriente.
Dopo l'inizio delle ostilità contro l'Iran del 28 febbraio, la Cina aveva drasticamente ridotto le importazioni, arrivate ai minimi di circa un decennio, utilizzando maggiormente produzione interna e gigantesche riserve accumulate negli anni precedenti.
Ora la situazione comincia a cambiare.
Le raffinerie indipendenti cinesi, le cosiddette “teapots”, stanno tornando sul mercato spot per assicurarsi nuove forniture.
Secondo operatori e analisti citati da Reuters, nelle ultime settimane hanno acquistato oltre 20 milioni di barili.
Il dato va interpretato con cautela. Le importazioni complessive restano inferiori ai livelli precedenti alla guerra e Pechino continua ad attingere alle proprie riserve. Il cambiamento più evidente riguarda per ora le raffinerie indipendenti, che stanno tornando con decisione sul mercato fisico internazionale.
Perché le raffinerie cinesi hanno bisogno di nuovi barili
Una parte delle forniture tradizionali è diventata molto più difficile da ottenere.
Le piccole raffinerie cinesi avevano costruito negli ultimi anni una parte importante del proprio modello industriale sull'acquisto di greggio scontato proveniente da Iran e Russia.
La guerra e il blocco navale statunitense hanno però fortemente ridotto la disponibilità di petrolio iraniano, mentre buona parte del greggio russo ESPO esportato dal porto di Kozmino viene assorbito da grandi operatori come Sinopec e Yulong Petrochemical.
Le raffinerie indipendenti sono quindi costrette a competere per forniture alternative.
Africa, Canada e America Latina: cambia la rotta del petrolio cinese
Tra i carichi scambiati figurano greggi angolani e congolesi come Plutonio e Djeno.
Il greggio canadese rappresenta una delle alternative alle forniture provenienti dal Golfo e dai produttori sanzionati.
Anche i barili latinoamericani stanno attirando maggiore interesse da parte degli acquirenti asiatici.
La conseguenza è una modifica profonda delle rotte. Petrolio che in condizioni normali sarebbe destinato ad altri mercati viene ora attirato verso l'Asia dai premi più elevati offerti dai compratori.
Il risultato è una competizione crescente tra Cina, Corea del Sud, India, Europa e altri grandi importatori.
I premi sul mercato spot stanno salendo rapidamente
Il ritorno dei compratori cinesi arriva in un momento in cui il mercato fisico è già estremamente teso.
I premi richiesti per consegnare petrolio alla Cina sono aumentati di oltre 10 dollari al barile nell'arco di circa due settimane, secondo operatori citati da Reuters.
Anche i greggi provenienti da Stati Uniti, Africa occidentale e America Latina vengono scambiati a premi che non si vedevano da mesi.
Il problema attuale non è soltanto trovare greggio. La combinazione tra scarsità di navi, assicurazioni più costose, rotte più lunghe e rischio militare sta facendo salire enormemente il costo finale di ogni carico.
Hormuz torna quasi deserto
Il dato più recente del 16 settembre mostra quanto la situazione dello Stretto resti fragile.
Nella giornata di martedì 15 settembre sono stati registrati soltanto quattro transiti, due in entrata e due in uscita.
Il giorno precedente erano stati sette. La media dei dieci giorni precedenti era 18.
Prima della guerra la rotta era invece una delle arterie energetiche più trafficate del pianeta.
Ancora più significativo è il tipo di traffico: tra le quattro navi rilevate non figuravano né VLCC, le gigantesche petroliere oceaniche, né navi metaniere.
Una parte del traffico potrebbe comunque sfuggire ai sistemi di monitoraggio perché alcune unità navigano con i transponder AIS disattivati, i cosiddetti “dark crossings”.
Dire che lo Stretto è totalmente chiuso sarebbe impreciso. Alcune navi continuano a passare e altre possono farlo senza trasmettere la propria posizione. Il punto centrale è che il traffico commerciale rimane drasticamente inferiore alla normalità.
Pechino sta iniziando a consumare più rapidamente le proprie scorte
La Cina dispone di una delle maggiori riserve petrolifere del mondo ed è proprio questa capacità che le ha consentito di ridurre gli acquisti durante la prima fase della crisi.
Ma ad agosto il quadro ha cominciato a cambiare.
Le raffinerie cinesi hanno lavorato 13,91 milioni di barili al giorno, il livello più alto da marzo.
Importazioni e produzione interna hanno però messo a disposizione soltanto circa 13,27 milioni di barili al giorno.
La differenza, circa 640.000 barili quotidiani, è stata coperta attingendo alle scorte.
Le riserve restano enormi, ma stanno scendendo
Le scorte terrestri cinesi erano stimate in circa 1,23 miliardi di barili al 9 settembre.
È ancora un cuscinetto enorme. Ma il dato più interessante riguarda la direzione: rispetto alla fine di agosto i volumi sarebbero già diminuiti di circa 24 milioni di barili.
Pechino può quindi continuare per molto tempo a utilizzare le proprie riserve, ma più la crisi si prolunga, più aumenta la necessità di tornare sui mercati internazionali.
Durante i primi mesi della crisi Pechino ha sottratto milioni di barili al giorno alla domanda internazionale, alleggerendo la pressione sui prezzi. Se il maggiore importatore mondiale iniziasse a ricostituire stabilmente gli acquisti, quel “cuscinetto” scomparirebbe proprio mentre l'offerta del Golfo rimane ridotta.
L'Agenzia internazionale dell'energia: le scorte globali stanno crollando
Il problema non riguarda soltanto la Cina.
L'ultimo Oil Market Report dell' International Energy Agency, pubblicato l'11 settembre, indica che le scorte petrolifere mondiali osservate sono diminuite di altri 95 milioni di barili in agosto.
Dall'inizio della guerra il prelievo cumulato ha raggiunto circa 507 milioni di barili, pari in media a 2,8 milioni di barili al giorno.
La produzione mondiale in agosto è inoltre scesa a circa 100,1 milioni di barili al giorno, con oltre 10 milioni di barili quotidiani di capacità produttiva del Golfo ancora fuori mercato o fortemente limitata dai rischi di sicurezza.
Per mesi riserve strategiche, scorte commerciali e riduzione della domanda asiatica hanno assorbito parte dello shock di Hormuz. Ora questi margini si stanno progressivamente riducendo.
Anche la via alternativa saudita è sotto pressione
Alla crisi di Hormuz si è aggiunto un altro problema: l'attacco contro l'East-West Pipeline saudita, l'oleodotto che attraversa la Penisola Arabica e consente di esportare greggio dal Mar Rosso senza passare dallo Stretto.
La struttura ha trasportato negli ultimi mesi tra 4 e 5 milioni di barili al giorno, equivalenti a circa il 4-5% dell'offerta mondiale.
Il segretario americano all'Energia Chris Wright ha dichiarato che il flusso potrebbe riprendere nell'arco di pochi giorni.
Altre fonti industriali hanno però indicato tempi potenzialmente più lunghi, fino a cinque-sei settimane per la riparazione completa, con una possibile riapertura parziale anticipata.
Il mercato deve quindi affrontare una situazione eccezionale: Hormuz resta fortemente limitato e, nello stesso momento, anche la principale rotta saudita che permetteva di aggirarlo è stata danneggiata.
Il Brent resta sopra i 100 dollari
Le tensioni si riflettono direttamente sui prezzi.
Nella mattinata del 16 settembre il Brent scambiava intorno a 107-108 dollari al barile, dopo i forti rialzi provocati dalle nuove interruzioni delle forniture saudite.
Il prezzo è leggermente arretrato dopo la pubblicazione di dati che mostravano un aumento inatteso delle scorte petrolifere statunitensi, ma resta su livelli molto elevati.
Il problema maggiore si osserva però nel mercato fisico: i compratori pagano premi sempre più alti per assicurarsi carichi realmente disponibili.
La Cina potrebbe trasformarsi da stabilizzatore a fonte di nuova pressione
Da febbraio Pechino ha svolto involontariamente un ruolo di stabilizzazione.
Riducendo gli acquisti marittimi fino a circa 4 milioni di barili al giorno rispetto ai livelli prebellici nei momenti di maggiore contrazione, ha lasciato sul mercato greggio che poteva essere acquistato da altri Paesi.
Se questo comportamento cambiasse, l'equilibrio diventerebbe molto più fragile.
I raffinatori cinesi stanno inoltre aumentando nuovamente la produzione di carburanti, attratti dagli elevati margini su diesel e benzina.
Le esportazioni cinesi di distillati leggeri e medi potrebbero superare 1 milione di barili al giorno in settembre, il livello più alto dal marzo 2024.
Una contraddizione: comprare greggio caro per vendere carburanti ancora più cari
È proprio l'impennata dei margini di raffinazione a spiegare perché alcune raffinerie siano disposte a pagare molto di più per ottenere greggio.
Con diesel, benzina e altri prodotti raffinati sempre più costosi sul mercato internazionale, acquistare petrolio a prezzi elevati può comunque rimanere profittevole.
La Cina potrebbe quindi trovarsi nella posizione di importare più greggio dall'Atlantico, raffinarlo e successivamente esportare una parte dei prodotti verso mercati che soffrono la perdita delle raffinerie e delle esportazioni del Medio Oriente.
La cronologia della svolta cinese
L'inizio della guerra contro l'Iran compromette le esportazioni del Golfo e spinge il petrolio verso l'alto. La Cina riduce rapidamente gli acquisti.
Pechino utilizza maggiormente produzione interna e riserve accumulate, portando le importazioni ai livelli più bassi da circa un decennio.
Le raffinerie aumentano nuovamente la lavorazione e iniziano ad attingere alle scorte a un ritmo più elevato.
Le raffinerie indipendenti tornano a competere sul mercato spot mentre Hormuz registra uno dei livelli di traffico più bassi delle ultime settimane.
La battaglia per il petrolio si sposta nell'Atlantico
Uno degli effetti più importanti potrebbe essere geografico.
Con il Golfo Persico meno accessibile, il mercato mondiale si sta progressivamente spostando verso i produttori dell'Atlantico.
Stati Uniti, Canada, Guyana, Brasile, Angola, Congo e altri Paesi acquistano quindi un'importanza crescente.
Ma spostare petrolio dall'Atlantico all'Asia significa viaggi più lunghi, più giorni di navigazione, maggiore utilizzo della flotta mondiale di petroliere e quindi costi di trasporto più alti.
La conseguenza è un mercato nel quale non manca soltanto il petrolio: iniziano a scarseggiare anche navi, rotte sicure e capacità logistica.
Se i compratori asiatici aumentano le offerte per il greggio dell'Atlantico, anche le raffinerie europee devono pagare di più per assicurarsi gli stessi barili. La nuova domanda cinese può quindi riflettersi indirettamente anche sui prezzi di carburanti e prodotti energetici europei.
La vera domanda: per quanto tempo Pechino potrà continuare così?
La Cina dispone ancora di strumenti importanti: enormi riserve, maggiore produzione interna, oleodotti terrestri dalla Russia e dall'Asia centrale e una struttura energetica molto più diversificata rispetto al passato.
Questo le consente di scegliere quando entrare e uscire dal mercato internazionale con una flessibilità che pochi altri grandi importatori possiedono.
Ma le riserve non sono infinite e le raffinerie hanno bisogno di materia prima.
Se Hormuz resterà compromesso e il sistema petrolifero del Golfo continuerà a perdere milioni di barili al giorno, il ritorno della Cina sul mercato spot potrebbe passare da fenomeno limitato alle raffinerie indipendenti a una ripresa molto più ampia degli acquisti nazionali.
Ed è questo lo scenario che il mercato teme maggiormente: il più grande importatore mondiale che torna a comprare con forza proprio mentre le scorte globali diminuiscono, le rotte si restringono e una parte crescente dell'offerta mondiale resta intrappolata dietro i due principali colli di bottiglia del Medio Oriente.










