Il 7 aprile è stato dichiarato un cessate il fuoco di due settimane tra Stati Uniti e Iran, mediato dal Pakistan in cambio della riapertura dello Stretto di Hormuz da parte di Teheran. Per l’Italia e per l’intera comunità internazionale, questa pausa è fondamentale per arginare i gravi danni energetici ed economico-finanziari provocati dal conflitto. Tuttavia, se la tregua dovesse reggere alle imminenti negoziazioni, si tradurrebbe in una netta vittoria strategica per l’Iran, uscito geopoliticamente rafforzato rispetto a Washington e Tel Aviv. L’amministrazione Trump, infatti, ha fallito l’obiettivo del cambio di regime, innescando una crisi globale che ha fatto crollare la popolarità del presidente nei sondaggi. Nonostante ciò, la pace è incerta: il Primo Ministro israeliano Netanyahu, non avendo annientato il regime iraniano, potrebbe continuare le operazioni in Libano contro Hezbollah per mantenere alta la pressione. Parallelamente, l’ala oltranzista statunitense guidata dal Segretario della Difesa Hegseth potrebbe sfruttare questi negoziati solo per prendere tempo e riorganizzare le forze armate per futuri attacchi. La via diplomatica parte decisamente in salita, considerando che l’Iran si presenterà al tavolo chiedendo il controllo di Hormuz, l’arricchimento dell’uranio, il ritiro delle truppe USA dal Medio Oriente e i danni di guerra. Il Medio Oriente rimane dunque in bilico tra la possibilità di una storica ricalibrazione geopolitica a favore di Teheran e il rischio di una repentina, nuova escalation militare.
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