Tre volte respinta in altrettanti anni. Tre volte la maggioranza aveva blindato Daniela Santanchè nonostante i procedimenti aperti: rinvio a giudizio per falso in bilancio, indagini per truffa all’Inps, ipotesi di bancarotta. Oggi le opposizioni — M5S, PD, AVS, Azione, Italia Viva, +Europa — hanno depositato la quarta mozione di sfiducia. Stessa ministra, stesso parlamento. Contesto diverso.
Il referendum sulla giustizia, conclusosi con la vittoria del No, ha già bruciato Delmastro e Bartolozzi. Meloni ha invocato per Santanchè la stessa “sensibilità istituzionale” — formula che in politichese vale quanto una richiesta esplicita, senza però assumersela del tutto. La ministra è arrivata al ministero senza rispondere ai giornalisti. Nessun annuncio. Il nodo resta procedurale: se la maggioranza si compatta, la mozione cade come le precedenti. Ma se Meloni vuole davvero chiudere il caso, basterebbe qualche astensione silenziosa. Oppure Santanchè potrebbe dimettersi prima del voto, togliendo all’opposizione la scena.
Cosa sceglierà — e quando — non è ancora chiaro.
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