Martedì mattina, mentre Trump descriveva negoziati “in corso in questo momento”, a Tel Aviv i vigili del fuoco spegnevano gli incendi aperti dai missili iraniani nel centro città. Sei feriti, quattro punti d’impatto. Nel Kuwait un drone incendiava un serbatoio all’aeroporto internazionale. In Iraq, i Peshmerga contavano sei morti nell’ultimo raid su Erbil — oltre cento attacchi dall’inizio del conflitto.
Il portavoce militare iraniano non ha usato mezze parole: Washington stava negoziando con se stessa. E di non spacciare una sconfitta per un accordo.
Secondo il Wall Street Journal, gli Stati Uniti avrebbero trasmesso a Teheran via Pakistan una proposta in quindici punti: stop al nucleare e ai missili in cambio di sanzioni allentate. L’ambasciatore iraniano ha confermato solo l’esistenza di “nazioni amiche” che cercano un canale. Nessuna trattativa diretta.
La Casa Bianca intanto annuncia che l’Operazione Epic Fury prosegue “senza sosta”. Altri mille soldati della 82ª Divisione aviotrasportata sono in movimento verso la regione.
Ventisei giorni. Uno spazio in cui le due narrative convergano non è ancora visibile.
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