Il salone di Farnborough, nell’edizione 2026 in corso in questi giorni, fotografa meglio di qualsiasi documento strategico la trasformazione in atto nell’industria della difesa occidentale. Gli espositori del comparto militare rappresentano ormai la metà dei circa 1.600 presenti, contro il 40% di pochi anni fa: un travaso di baricentro che dice molto sulle priorità del momento. Il palcoscenico non è più dominato dai grandi caccia, ma da droni, sistemi abilitati dall’intelligenza artificiale e, soprattutto, munizioni. Lo sfondo è il “maggiore aumento di spesa per la difesa in Europa dalla fine della Guerra Fredda”, alimentato dalla guerra in Ucraina e da un ambiente di sicurezza che i vertici militari britannici definiscono “più complesso e volatile di quanto visto in decenni”. In questo scenario emergono con forza le start-up del settore — Helsing su tutte — capaci di muoversi con un’agilità che l’ex numero uno di Airbus Tom Enders contrappone apertamente alla lentezza dei grandi contractor tradizionali. Il messaggio di fondo è netto: non conta solo cosa si progetta, ma quanto in fretta e in che quantità lo si sa costruire. Per l’Italia la posta è doppia. Da un lato le piattaforme di prestigio, dal GCAP di sesta generazione — con Leonardo nel consorzio Edgewing — agli elicotteri e ai velivoli di punta; dall’altro la partita, meno appariscente ma decisiva, della catena europea delle munizioni e degli effettori, dove si giocano MBDA e un tessuto di piccole e medie imprese nazionali. La vera domanda che Farnborough lascia aperta è se il sistema-Italia saprà convertire l’attuale ondata di spesa in capacità produttiva reale e duratura, e non solo in ordini di vetrina.
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