L’amministrazione Trump punta a una forza multinazionale per scortare il traffico mercantile nello Stretto di Hormuz; l’annuncio è atteso nei prossimi giorni, subordinato alla situazione sul terreno. Coinvolti nei contatti circa sette Paesi tra alleati europei, del Golfo e asiatici, con richieste a Cina, Francia, Giappone, Corea del Sud e Regno Unito. Nessuna adesione formale: Londra ha avuto un confronto con Washington, Seul valuterà in coordinamento con gli alleati; Giappone e Australia avrebbero declinato, la Germania ha escluso un ruolo attivo; la Cina richiama la responsabilità condivisa sulle forniture energetiche. Previsto il 19 marzo l’incontro Trump–Takaichi a Washington. In parallelo si valuta un’operazione sull’isola di Kharg, terminal da cui passa circa il 90% dell’export di greggio iraniano; un’azione implicherebbe truppe di terra e viene esaminata per i rischi connessi. Trump ha detto di aver risparmiato le infrastrutture petrolifere dell’isola nei raid della scorsa settimana, riservandosi di colpirle in caso di nuove interruzioni. Dal 28 febbraio, data d’inizio dello scontro diretto Usa-Iran, il transito commerciale nello stretto — circa il 20% del petrolio mondiale — è sceso quasi a zero; Teheran rivendica un controllo selettivo, consentito alle navi di Paesi neutrali e limitato per quelle legate a Stati Uniti e Israele.
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