Il segnale non arriva solo dai mercati. Arriva dalle imprese, dagli aeroporti e dai settori che dipendono dai carburanti: la crisi petrolifera legata allo Stretto di Hormuz non sta più producendo soltanto uno shock dell’offerta, ma anche una contrazione della domanda.
Secondo Rystad Energy, la distruzione della domanda è già iniziata. Prezzi elevati e forniture incerte stanno spingendo consumatori, compagnie aeree, logistica e industrie energivore a ridurre i consumi o rivedere le attività. Il Brent, spinto dalle tensioni tra Stati Uniti e Iran e dai rischi per la navigazione commerciale nello Stretto di Hormuz, si mantiene su livelli molto alti. Il passaggio resta centrale per il mercato globale, perché da lì transita una quota rilevante del greggio mediorientale.
Le ricadute sono già visibili nelle previsioni. Diversi analisti hanno tagliato le stime sulla domanda petrolifera 2026, mentre aumentano i timori per inflazione, rallentamento economico e possibili effetti recessivi in alcune aree. Il settore aereo è tra i più esposti. Il carburante pesa sui costi operativi e, quando i rincari durano, la domanda dei viaggiatori tende a indebolirsi.
La crisi, quindi, non riguarda più solo i barili mancanti. Riguarda la capacità dell’economia globale di reggere prezzi energetici così elevati. E la risposta, per ora, sembra tutt’altro che rassicurante.








