Il presidente statunitense lancia la provocazione durante un rally elettorale. L’Iran risponde con un comunicato del comando centrale: “Il blocco resta fino alle nostre condizioni”. Nel frattempo crolla il traffico navale e salgono le tensioni sui prezzi del petrolio.
«Dopo aver finito di sconfiggere l’Iran, che sta venendo molto duramente sconfitto, pretty soon dichiarerò lo Stretto di Hormuz un territorio degli Stati Uniti». Parole pronunciate da Donald Trump venerdì sera al David S. Mack Center for Training and Intelligence di Garden City, nel corso di un comizio elettorale a sostegno dei candidati repubblicani in vista delle midterm di novembre. Il presidente ha aggiunto, con tono scherzoso ma inequivocabile: «Abbiamo il blocco. Nessuna nave passa se non lo vogliamo noi». Una dichiarazione che, seppur priva di dettagli giuridici, segna un’ulteriore escalation verbale in un conflitto ormai al sesto mese.
La risposta dell’Iran è arrivata poche ore dopo, attraverso un comunicato del comando centrale Khatam al-Anbiya, riportato dall’agenzia Tasnim. «Lo Stretto di Hormuz è sotto il controllo e la gestione dell’Iran», si legge nel testo. «Nessuna nave potrà transitare senza il nostro permesso». Secondo fonti semi-ufficiali, Tehran avrebbe anche emanato un provvedimento che vieta il transito di navi statunitensi, israeliane e di altri paesi definiti “ostili”. La posizione iraniana resta ferma: il blocco navale non sarà revocato fino all’accettazione delle “condizioni di Tehran”, tra cui la rimozione delle sanzioni economiche e il rilascio di asset congelati.
I dati confermano l’impatto drammatico del conflitto sulla principale arteria energetica globale. Secondo le rilevazioni di Kpler citate da CNN, dal 28 febbraio 2026 – data di inizio delle operazioni militari congiunte USA-Israele – allo scorso 12 agosto, solo 3.371 navi hanno attraversato lo Stretto di Hormuz. Prima della guerra, il transito medio era di 130-140 navi al giorno. Oggi si registra una media di 8-12 unità, con picchi negativi di sole 8 navi in 24 ore. Il crollo dell’80% del traffico ha trasformato lo stretto in un vero e proprio “teatro di guerra”, con ripercussioni dirette sui mercati energetici globali.
Trump ha esortato gli americani ad accettare prezzi più alti della benzina – intorno ai 4 dollari al gallone – definendoli un “piccolo prezzo” per impedire all’Iran di ottenere l’arma nucleare. «Non mi scuserò mai. Ho fatto la cosa giusta», ha dichiarato. Intanto, l’amministrazione prepara nuove misure economiche. Il vicepresidente JD Vance ha riconosciuto la pressione politica interna legata ai costi energetici, mentre il segretario al Tesoro Scott Bessent ha annunciato sanzioni “mai viste prima” contro Tehran, previste già la prossima settimana. L’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) ha rivisto al ribasso le previsioni sulla fornitura globale di petrolio: meno 4,3 milioni di barili al giorno nel 2026, contro i 3,7 milioni stimati solo un mese fa.
Un accordo preliminare di pace, firmato il 17 giugno scorso, era collasso il mese successivo dopo il tentativo iraniano di affermare il dominio sullo stretto e il fuoco contro navi commerciali. Tra l’8 e il 24 luglio, le due parti si sono scambiate colpi militari, con Tehran che ha preso di mira quelle che ha descritto come “installazioni USA” in Giordania, Bahrein e Kuwait.
La dichiarazione di Trump solleva interrogativi sul piano del diritto internazionale. Lo Stretto di Hormuz è considerato una via d’acqua internazionale, regolata dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS). Un’eventuale annessione formale da parte degli USA sarebbe senza precedenti e potrebbe aprire un contenzioso legale di portata globale. Gli alleati europei e arabi del Golfo hanno espresso preoccupazione per un’escalation che potrebbe destabilizzare ulteriormente la regione, già teatro di tensioni croniche.
Per l’Italia, membro NATO e paese con interessi energetici e logistici nel Mediterraneo e nel Golfo, la situazione richiede monitoraggio costante. Un’eventuale proclamazione unilaterale potrebbe complicare le rotte commerciali italiane verso l’Asia, aumentare i costi di trasporto e assicurazione per le compagnie nazionali e richiedere un rafforzamento della presenza navale italiana nella regione, in coordinamento con gli alleati.








