IN SINTESI
Cosa sappiamo davvero sul caso Fabrizi
Richiamo disposto il 30 luglio
Mandato durato circa 9 mesi
Motivi non chiariti pubblicamente+
Il rientro anticipato dell'ambasciatore italiano in Etiopia Sem Fabrizi è diventato un caso diplomatico. Un elemento, però, è ormai documentato ufficialmente: con decreto del Presidente della Repubblica del 30 luglio 2026 è stato disposto il suo richiamo in servizio al Ministero degli Esteri, espressamente “in deroga alla sua permanenza minima in sede”.
Rimane invece da chiarire perché un diplomatico arrivato ad Addis Abeba soltanto il 1° novembre 2025 abbia lasciato l'incarico dopo circa nove mesi e se dietro la decisione vi siano state effettivamente pressioni del governo guidato dal primo ministro etiope Abiy Ahmed.
Il richiamo anticipato è ufficiale
La parte più solida della vicenda è contenuta nel provvedimento pubblicato dal Quirinale. Il decreto del 30 luglio dispone il richiamo in servizio al Ministero di Sem Fabrizi, capo della rappresentanza diplomatica italiana ad Addis Abeba e accreditato anche presso Gibuti, Sud Sudan e IGAD.
Particolarmente significativa è la formula utilizzata: il rientro avviene in deroga alla permanenza minima in sede. Non si tratta quindi del normale termine di una missione diplomatica.
Fabrizi era stato nominato dal Consiglio dei ministri nel giugno 2025 e aveva assunto le proprie funzioni il 1° novembre 2025. Il 15 gennaio 2026 aveva presentato le lettere credenziali al presidente etiope Taye Atske-Selassie, in un incontro che l'Ambasciata italiana aveva descritto in termini di forte collaborazione tra Roma e Addis Abeba.
Espulsione o rientro concordato? Le versioni divergono
Il caso è emerso pubblicamente a metà agosto attraverso ricostruzioni giornalistiche secondo le quali il governo etiope avrebbe considerato Fabrizi persona non grata, determinandone di fatto l'uscita dal Paese.
A questa ricostruzione si è però contrapposta un'altra versione, attribuita a fonti informate della Farnesina: il diplomatico sarebbe stato richiamato a Roma in accordo con lo stesso Fabrizi, per ragioni personali e in vista di una successiva destinazione professionale.
La documentazione ufficiale disponibile consente quindi di confermare il richiamo anticipato, ma non permette da sola di stabilire quale delle due ricostruzioni sulle cause sia quella definitiva.
Le presunte pressioni di Abiy Ahmed
Anche il ruolo attribuito al primo ministro etiope Abiy Ahmed deve essere trattato con cautela. Secondo alcune ricostruzioni, Addis Abeba avrebbe manifestato a Roma una forte insoddisfazione nei confronti dell'ambasciatore e avrebbe sollecitato una sua sostituzione.
Non risultano però, al momento, dichiarazioni ufficiali del governo etiope o italiano che confermino pubblicamente richieste dirette di Abiy Ahmed a Giorgia Meloni per ottenere la rimozione di Fabrizi.
Allo stesso modo, sono circolate diverse ipotesi sulle ragioni delle tensioni — dalla gestione dei visti ai rapporti con esponenti etiopi — ma non esistono elementi ufficiali sufficienti per presentarle come cause accertate del richiamo.
La cronologia del caso
Un caso delicato per i rapporti tra Italia ed Etiopia
La vicenda assume particolare rilievo perché l'Etiopia è uno dei partner africani su cui Roma ha investito maggiormente negli ultimi anni. Addis Abeba ha un ruolo centrale nel Piano Mattei e nei rapporti italiani con il Corno d'Africa.
Proprio poche settimane prima del decreto di richiamo, la Farnesina aveva pubblicato un'intervista a Fabrizi dedicata alle opportunità economiche e strategiche dei rapporti tra Italia, Etiopia e Gibuti: un elemento che rende ancora più evidente la rapidità dell'avvicendamento.
È però prematuro concludere che il governo italiano abbia scelto di sacrificare il proprio ambasciatore per tutelare i rapporti politici con Abiy Ahmed. Questa rimane un'interpretazione politica che, allo stato delle informazioni pubblicamente disponibili, non può essere presentata come un fatto accertato.
Ora si chiedono chiarimenti al Governo
Sul piano politico, il senatore di Italia Viva Ivan Scalfarotto ha annunciato un'interrogazione parlamentare per chiedere al Governo di chiarire le circostanze del rientro.
Il punto da accertare non è dunque l'esistenza del richiamo, ormai certificata dal decreto presidenziale, ma quali ragioni abbiano portato alla conclusione anticipata della missione e se vi sia stata una richiesta, formale o informale, delle autorità etiopi.










